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Nel lontano 1970 un giovane Micheal Jackson cantava “A B C, easy as one two three”; mezzo secolo dopo tale acronimo viene utilizzato per indicare le tre tecnologie che rappresentano le fondamenta dell’innovazione: AI (Artificial Intelligence), Blockchain e Cloud.

“A” come Artificial Intelligence

Per “Artificial Intelligence” si intende, parafrasando John McCarthy (coniatore del termine), “la scienza e l’ingegneria che rende una macchina intelligente”, ovvero tutti quei metodi e algoritmi atti a ricreare l’intelligenza umana all’interno di un computer. In chiave moderna, si può definire l’intelligenza artificiale l’area della computer science che enfatizza la creazione di macchine intelligenti che lavorano, “pensano” e reagiscono come esseri umani. Per portare a termine tali operazioni un computer deve avere molte informazioni relative al nostro mondo: oggetti, categorie, proprietà e le relazioni che le legano.

La componente core dell’intelligenza artificiale è il machine learning che permette alle macchine di imparare senza alcun tipo di supervisione umana. Ma cosa vuol dire imparare in questo caso? Si potrebbe riassumere con l’identificazione di determinati pattern dato uno stream di dati in input, ma ovviamente è solo una banale riduzione.

Sono infatti i più complessi concetti di classificazione e regressione numerica che fanno da colonne portanti nell’apprendimento e nel funzionamento di una “macchina intelligente”:

  • La classificazione determina la/e categoria/e a cui un dato appartiene;
  • La regressione si occupa di scoprire le funzioni che consentono la generazione di output adeguati in base alla serie di input che vengono forniti.

Ovviamente tali concetti sono strettamente collegati con l’analisi matematica degli algoritmi di apprendimento, il cui studio implementativo e prestazionale è affidato alla branca dell’informatica teorica definita “computational learning theory”.

“B” come Blockchain 

Letteralmente “catena di blocchi”, è un sistema peer-to-peer distribuito di ledger – la cui traduzione più corretta è “libro mastro” o semplicemente “registro, che ridefinisce il concetto di DLT (distributed ledger technology) attraverso l’organizzazione dei dati in blocchi “concatenati” in modo sequenziale.
Un peer-to-peer distribuito altro non è che un sistema formato da una rete di singoli computer (detti “nodi”) che condividono tra loro le proprie risorse, come ad esempio capacità di calcolo computazionale o memoria, senza che vi sia un’entità, o server, centrale di controllo.

L’assenza di un soggetto centrale e coordinatore è la caratteristica principale di questo sistema, che rende tutti i nodi di pari importanza; non una rivoluzione se si pensa a tecnologie in uso da anni e basate sul file sharing come Torrent o Emule: la novità è da ricercarsi nella distribuzione dei ledger (e non di semplici file).

All’interno della Blockchain quindi non esiste un registro principale a cui fare riferimento, bensì vi è una rete di registri che contengono gli stessi dati e le stesse informazioni. In quest’ottica, un’autorità centrale svolge esattamente lo stesso compito che si prefissa la Blockchain; un sistema che non solo non commette errori, ma nel quale i dati non vengono persi o modificati in modo errato e nessuno può accedere a informazioni per le quali non è autorizzato.

“C” come Cloud

Il Cloud, o meglio “cloud computing”, è una tecnologia sviluppatasi per consentire l’usufrutto 24h/7d di risorse software e hardware tramite uno o più server remoti. I benefici di tale tecnologia possono essere riassunti nella seguente lista (non in ordine di importanza):

  1. Riduzione dei costi IT relativi all’acquisto, gestione e manutenzione dei propri sistemi;
  2. Scalabilità verso l’alto o verso il basso in base alle risorse effettivamente utilizzate;
  3. Efficienza nel rilascio al pubblico delle proprie piattaforme.

Il cloud computing è uno dei simboli principali della digital transformation che molte imprese stanno percorrendo tramite l’erogazione o l’usufrutto di tre tipologie diverse di servizi:

  • SaaS (Software as a Service) – I servizi di questo tipo sono utilizzabili da parte dell’utente finale tramite una connessione Internet ed un browser, il che li rende di conseguenza fruibili da qualsiasi dispositivo che possiede tali caratteristiche;
  • PaaS (Platform as a Service) – I servizi di questo tipo si trovano, nella comune visione della cosiddetta “piramide del cloud”, fra lo strato SaaS e lo strato infrastrutturale (IaaS – che vedremo nel prossimo punto). I fornitori di tale servizio si occupano generalmente di preparare l’ambiente di sviluppo remoto sul quale gli sviluppatori potranno realizzare i propri servizi SaaS;
  • IaaS (Infrastructure as a Service) – I servizi di questo tipo sono erogati dai “cloud providers”, che si occupano di offrire un hardware virtuale (sotto forma di CPU, RAM, storage e schede di rete) levando qualsiasi tipo di onere per l’utente della gestione fisica dell’hardware.

“A B C, (not) easy as one two three”

Le aziende fino ad oggi hanno realizzato progetti focalizzandosi verticalmente su solo una di queste tecnologie, non prendendo in considerazione un’eventuale interdipendenza di queste tecnologie e, di conseguenza, un approccio olistico all’implementazione dell’ABC dell’innovazione.

  

L’interazione fra tecnologie “emergenti”, come può essere considerata la Blockchain, e tecnologie “mature”, come l’AI e il Cloud, non è proprio un processo “easy” (come cantava il King of Pop): tale complessa integrazione ha il compito di rimuovere il controllo dell’essere umano e di consegnarlo ad una o più intelligenze artificiali. Da tutto ciò nasce il concetto di AI DAOs (“AI-driven Decentralized Autonomous Organizations”, la cui traduzione è “Organizzazioni autonome e decentralizzate basate sull’intelligenza artificiale”).

Prima di concentrarci sull’importante ruolo che può avere l’AI in questo ambito, è opportuno fare un passo indietro e focalizzarsi sul concetto stesso di DAO, ovvero un’organizzazione rappresentata dalle regole messe in calce in uno Smart Contract e che, di conseguenza, utilizza una Blockchain per tenere traccia di come tali contratti digitali vengono eseguiti. Un’altra definizione invece descrive una DAO come un’organizzazione capace di vivere in maniera autonoma e decentralizzata, basandosi su funzioni atte a prendere delle decisioni senza il bisogno che tale organizzazione cresca, sia profittevole o che “esista fisicamente”. Alcuni esempi di DAO sono da ricercarsi in “The DAO company” o “Terra0”.

Di conseguenza una DAO porta una sostanziale riduzione (se non eliminazione totale) della burocrazia in favore di regole definite in uno Smart Contract e la possibilità da parte di investitori o stakeholder di partecipare nelle decisioni dell’azienda in maniera trasparente, a fronte del possesso dei token relativi alla DAO (generalizzabili ai suoi “shares”).

Quale può essere il ruolo che si può attribuire all’AI in tutto ciò? Sfruttando tutti i dati presenti all’interno della Blockchain, base fondante della DAO, l’intelligenza artificiale sarebbe in grado di elaborare decisioni come un CEO. Ma non solo: si potrebbero sviluppare diverse AI, ognuna con un settore specifico (economico, risorse umane, etc.) al fine di gestire al meglio le informazioni provenienti dal ledger; e il ruolo del Cloud? Queste DAO sebbene non esistano come organizzazioni fisiche hanno bisogno del proprio spazio dove vivere – spazio che può essere trovato nella “nuvola”.

Sebbene di primo acchito sembra che tale integrazione porti solo vantaggi sul piatto, in realtà vi sono alcune problematiche che devono essere prese in considerazione. Tralasciando eventuali sterili polemiche ideologiche (che ad esempio vedono in contrapposizione l’AI, intesa come un ente automatizzato e centralizzato, e la Blockchain, come l’unica vera sorgente di decentralizzazione e disintermediazione), lo scoglio principale da affrontare è quello legislativo:

  • Come si può rendere un’organizzazione automatizzata e centralizzata “GDPR-compliant”?
  • Le DAO come potranno giustificare le proprie decisioni all’interno di un eventuale consorzio, se necessario?
  • Prendendo il caso utopico di un mondo completamente decentralizzato e senza alcuna regolamentazione, esiste un modo per poter garantire gli effetti delle DAO sulle nostre attuali strutture sociali?
  • Poiché tali organizzazioni saranno decentralizzate e localizzate in luoghi diversi del pianeta, a quale giurisdizione dovrebbero far riferimento?
  • Sebbene sia, in parole povere, un software che si auto-governa, quale può essere lo stato legale da attribuirgli?
  • Fino a dove si estende la responsabilità di una DAO e può essere attribuita una “colpa”, sotto qualsiasi tipo di forma, ai creatori?

Come abbiamo potuto vedere questo approccio olistico dell’ABC rappresenta un territorio vergine dove poter fare sperimentazione tecnologica e innovazione aziendale, su cui vigila l’occhio legislativo che deciderà di evolversi di conseguenza o di porre dei freni allo sviluppo di tale interazione.


Sitografia:
[1] https://www.information-age.com/ai-blockchain-cloud-123482306/
[2] https://medium.com/@dpereirapaz/from-daos-to-ai-daos-blockchain-ai-driven-organizations-422e2fac2db
[3] https://www.entrepreneur.com/article/333127
[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Decentralized_autonomous_organization